Akron Regeneration S.r.l.

Trattamento lesioni cartilaginee - Tecnica AMIC con cellule mesenchimali

Dr. Alberto Siclari

S.C. di Ortopedia e Traumatologia
Ospedale degli Infermi di Biella
Responsabile Chirurgia del ginocchio Responsabile Medicina e Chirurgia del piede

Il trattamento delle lesioni della cartilagine dopo i 45 anni

L'ultima tecnica introdotta per il trattamento delle lesioni della cartilagine viene chiamata A.M.I.C. (Autologous membrane induced chondrogenesis). Si differenzia dalle precedenti in quanto non introduce cartilagine già matura prodotta in laboratorio nè preleva cartilagine da una zona meno utilizzata e la innesta sulla zona degenerata, ma induce la formazione di una neocartilagine utilizzando l’articolazione del ginocchio del paziente come un efficientissimo laboratorio.
L’innesto di cartilagine autologa oltre che provocare un danno in una altra zona dell’articolazione non ha dato i risultati sperati per la grande difficoltà tecnica di eseguire l’innesto con assoluta precisione sia di grandezza che soprattutto di profondità. Inoltre la possibilità di trattamento era limitata a dimensioni assai modeste (1,5x1,5 cm).
Le tecniche che utilizzano il prelievo di cellule cartilaginee dal paziente con un primo intervento chirurgico e che le coltivano sono due: la prima detta ACI e la più recente detta MACI. La differeza fra le due sta nel fatto che nella seconda le cellule vengono coltivate non libere ma dentro uno scaffold cioè un tessuto che fa da impalcatura: questo sistema sopperisce al fatto che nella Aci le cellule si disponevano su uno solo strato (sono dette monolayer) che dal punto di vista meccanico avevano scarsa efficacia.
Lo scaffold con le cellule coltivate veniva poi impiantato, a cielo aperto, nell’articolazione con la lesione. I risultati sono stati deludenti anche se migliori che nella tecnica ACI: le cellule coltivate e “moltiplicate“ in laboratorio sono estremamente instabili e diventano presto fibroblasti producendo tessuto fibroso e quindi una cartilagine di serie B detta fibrocartilagine che non ha le caratteristiche della cartilagine ialina. Perché questo capita? Per certo si conoscono due fattori: il primo è che si coltivano condrociti e non condroblasti che nella cartilagine matura non esistono più. I condrociti non producono cartilagine, ma producono continuamente glicoproteine e altri componenti che mantengono la giusta composizione della matrice cartilaginea con le giuste caratteristiche chimico-fisiche. Questo lavoro lo sanno fare molto bene ma produrre cartilagine è un lavoro che facevano da giovani, quando erano condroblasti.
L’induzione chimica che si fa per ottenere la produzione il laboratorio non trasforma le cellule “nonne” in giovanotti, ma fa produrre artificialmente una matrice cartilaginea. Le cellule così stimolate tendono in gran quantità a diventare fibroblasti e a produrre tessuto fibroso. La seconda causa è che non è possibile riprodurre in laboratorio le condizioni presenti in una articolazione. Il microambiente è al giorno d’oggi considerato estremamente importante per la riproduzione di un nuovo tessuto . Esistono molti lavori che dimostrano che le stesse cellule staminali sottoposte a gli stessi stimoli chimici diventano tessuti diversi a seconda del tessuto in cui si trovano: i segnali chimici (e nel nostro caso anche fisici) interagiscono con l’ambiente e danno una risposta “funzionalmente” corretta: osteoblasti nell’osso e condroblasti in articolazione, per esempio.
Proprio da questi lavori è nata l’idea di utilizzare l’articolazione del paziente come un laboratorio per produrre la “Propria” cartilagine utilizzando inoltre, un prodotto che sempre di più è entrato a far parte del bagaglio degli ortopedici che usano le biotecnologie: il gel piastrinico o PRP (platelet rich plasma).
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